PRIMA UDIENZA, LA MODELLA BRASILIANA È ACCUSATA DI AVER ANNEGATO LA FIGLIA A ODERZO
Depone il padre: «Ha tentato di farmi sbandare con l’auto»

Simone Moreira in aula a Treviso (Balanza)
TREVISO - Hanno pianto assieme. Lei, sul banco degli imputati. Lui, su quello dei testimoni. A scatenare l'emozione, il ricordo delle parole del medico che la notte tra il 2 e il 3 settembre annunciò a Michele Favaro che Giuliana non ce l'aveva fatta. Era morta. Simone Moreira, la mamma accusata di aver gettato la figlia nel Monticano, si è passata le mani sugli occhi. Il padre si è girato, ha bevuto un sorso d'acqua e poi ha continuato la sua deposizione. È iniziato ieri mattina di fronte alla Corte di Assise di Treviso il processo per la morte della bambina di due anni e mezzo. Secondo l'accusa, gettata nel fiume da una madre «vendicativa e anaffettiva». Secondo la difesa, vittima di un tragico destino: nel buio di quella piazza, era finita da sola nel fiume. Eccezioni preliminari a parte, è stata la giornata di Michele, che per la prima volta ha raccontato diffusamente, per circa cinque ore, «l'inferno» nel quale è stato costretto a vivere con la brasiliana, sotto «permanente ricatto: usava Giuliana per ottenere qualsiasi cosa da me».
L'arma La prima questione che i giudici hanno dovuto affrontare è stata quella dell'ammissione dei testi. In tutto, più di cento quelli chiamati tra accusa, difesa e parti civili. La decisione è stata quella di ammetterli tutti, ma con la riserva di eliminarne alcuni qualora la testimonianza risultasse ridondante. La procura ha aperto le danze, sentendo l'ex compagno di Simone e padre di Giuliana, l'imprenditore amante del Brasile che per secondo lavoro gestiva un bar. Dopo aver raccontato di come aveva conosciuto la brasiliana, al momento della gravidanza sono iniziati «i primi ricatti». «Usava Giuliana come un'arma contro di me per ottenere quello che voleva», ha detto. «Mi minacciava sempre. Un esempio: se non mi compri l'auto, porto la piccola fuori, di dicembre, sotto la pioggia». La donna, in Italia, aveva iniziato una vita sregolata. «Mi aveva chiesto di lavorare al bar. Ma non faceva altro che flirtare coi clienti e poi usciva con loro. Tornava a casa alle sei del mattino, sempre ubriaca».
Rischio di morte Il rapporto, iniziato a giugno del 2006, coronato dalla nascita della piccola il 29 marzo del 2007, a poco a poco degenera. «Ho chiesto aiuto all'avvocato per ottenere l'affidamento della bambina. Mi picchiava in continuazione, non ne potevo più». La brasiliana ottiene di vedere la figlia quattro pomeriggi a settimana. Ma è una relazione tesa. Michele cita una giornata: il 28 maggio 2008. La 23enne porta i figli in caserma di notte, chiede ai militari di essere portata in Brasile «in preda a un attacco isterico». Il giorno dopo, seconda visita ai carabinieri. «Tornando a casa, mentre guidavo su una strada statale, mi ha colpito con un pugno all'occhio destro. Fortuna che non ho sbandato. A quel punto mi ha urlato: "Adesso andiamo addosso a quel camion". Mi ha preso il volante, lo ha girato e solo per poco abbiamo evitato l'incidente». Il rapporto si infrange del tutto. «Simone ha persino detto a mia sorella, alla quale era appena morta la figlia di 14 mesi, che ognuno aveva quel che meritava: chi una figlia morta, chi una viva ».
Ladra? Nel corso della deposizione, Favaro ha poi parlato del rapporto tra madre e figlia. «Per lei, era come un accessorio, una borsa: qualcosa da vestire e da mostrare agli altri». La cronistoria della loro vicenda affettiva a questo punto è arrivata ai mesi a cavallo tra il 2008 e il 2009. Simone si trova due lavori ma li perde entrambi. Il primo, in un negozio di Noventa di Piave. «Il titolare decise di licenziare tutte le dipendenti perché si erano registrati troppi furti di denaro». Poi, nel centro di massaggi a luci rosse di Villorba. «Ero convinto che facesse treccine, sul giornale ho visto la sua foto e ho capito che in realtà si prostituiva». Ad agosto 2009, il tentativo di suicidio di Simone con il primogenito, Lucas. E l'allontanamento definitivo dalla casa che avevano condiviso.
La morte di Giuliana Fino alle notte del 2 settembre, quella di cui tanto a lungo si è parlato. La signora Moreira, come la chiama Favaro, lo avvisa di aver perso la figlia. Lui si precipita ad Oderzo, corre disperato sulle rive del Monticano, si butta dentro le acque in una notte di luna piena, che però è totalmente nera: black out sulla piazza e nuvole ad oscurare il cielo. È la fine. E nel raccontare il momento in cui ha saputo della morte della figlia, da un medico del pronto soccorso, Favaro ha pianto. E con lui Simone. La quale, finita l'udienza, ha spiegato le sue lacrime con poche parole. «Almeno lui ha potuto vederla, per l'ultima volta».